Identità, dolore e violenza
Oggi ero a Ferrara al Festival di Internazionale, definito come “un weekend con i giornalisti del mondo”. E per la prima volta nella mia vita, ero ufficialmente “un giornalista”! Alcuni giorni fa avevo provato a compilare il modulo per i giornalisti al sito del Festival, giustificandolo per il mio rapporto con il sito di Kalpana e poco dopo avevo ricevuto la conferma della mia registrazione.
L’anno scorso al premio Grinzane Cavour ero stato uno “scrittore”, anche quella era la prima volta che mi ero trovato nei panni scomodi di un’identità nuova!
Sia come scrittore che come un giornalista, mi sento un po’ un impostore e forse un traditore, forse perché dentro di me, vorrei sentirmi ancorato alla mia identità di medico e magari di quello che lavora per un organismo umanitario senza dubbi e ambiguità? Ci ho pensato, quando Suad Amiry, la scrittrice e architetto, metà palestinese e metà siriana che vive a Gaza e scrive della vita palestinese, si è definita come “scrittrice per caso” (accidental writer).
Cosa significa sentirsi dentro di se diverse identità? Suad ha detto che è naturale avere identità multiple, che siamo anche figli e genitori allo stesso momento, siamo fratelli e zii allo stesso momento, così possiamo essere anche architetti e scrittori allo stesso momento. Lei definiva la propria identità come le 20 pagine di un libro, che viene semplificata e ridotta a una pagina sola, quella di essere “musulmani arabi fanatici” per poter colpirli e giustificarsi davanti agli altri. In questo senso, le parole che parlano delle nostre identità, le descrizioni dei popoli che evocano le nostre immagini, sono strumenti molto potenti.
“C’era un tempo che dicevano che le mamme vietnamite, non erano come noi. Mandavano i propri figli a morire per le strade. Oggi siamo noi, le mamme palestinesi, ad essere descritte così”, ha detto Suad.
E’ stato molto bello e forte la sessione su “La scrittura al tempo della violenza”. I tre relatori rappresentavano tre diversi modi di essere scrittori e di ragionare sulla violenza nella loro scrittura.
Abdourahman Waberi, originario di Gibuti, che vive tra Francia e Stati Uniti, ha scritto “Gli Stati Uniti d’Africa”, nel quale lui capovolge il mondo e guarda alla “povera Europa” dagli occhi di un’Africa ricca e potente, e vede le tribù e le etnie in lotta tra di loro in Italia, in Svizzera, in Belgio. Il suo approccio mi sembrava più intellettuale e cerebrale.

Romesh Gunesekera, originario di Sri Lanka, cresciuto tra le Filippine e l’Inghilterra, ha parlato dei suoi libri come “the Reef”, dove storie umane all’improvviso si trovano mischiate nella violenza. Il suo modo di parlare e di ragionare sul suo lavoro era molto più legato all’emotività e alla sensibilità umana.
Dopo l’incontro, mentre camminavo con Romesh fuori, parlavamo degli scrittori emigrati per i quali il tema della ricerca delle proprie radici è spesso una fase importante del loro lavoro. Lui ha risposto che “tutti i bravi scrittori sono stati emigrati – da Dante a Shakespear”. Era un’affermazione che mi ha incuriosito. Sapete dei bravi scrittori che non sono mai andati fuori dalle proprie città, per rispondere a Romesh? Comunque, penso che non è una domanda molto chiara, perché come si fa a definire “un bravo scrittore”?

Invece Suad Amiry parlava della violenza come vita vissuta, non come qualcosa di astratto. Aveva un modo molto semplice di parlare e spesso cercava di sdrammatizzare quando parlava delle situazioni tremendamente dolorose o tragiche, cercava di farci ridere. Invece aveva due occhi pieni di tristezza, e nonostante la risata o il sorriso, ogni tanto il tremolio della sua voce o gli occhi che diventavano lucidi, tradivano il dolore. Mi è piaciuta molto e vorrei leggere i suoi libri.

Maria Nadotti, giornalista italiana che conduceva l’incontro è stata brava. La sua osservazione che mentre emigrazione riduce e rimpicciolisce i paesi coinvolti nelle guerre, allo stesso momento espande i loro confini, per esempio come gli scrittori emigrati, mi è piaciuta molto e mi ha fatto riflettere.

Dopo questo incontro, ho ascoltato anche Christian Caujolle, il responsabile dell’agenzia di fotografia Vu di Parigi. Mi aspettavo qualcosa di diverso e non sempre condividevo quello che lui diceva. E’ vero che la mia comprensione del francese non è proprio perfetta, e forse non ho capito bene quello che lui diceva, ma la distinzione che lui faceva tra la fotografia come un’immagine stampata frutto della reazione delle particelle di argento e le immagini digitali, mi è sembrata più una posizione nostalgica che di reale differenza.

Non mi trovavo anche con il suo discorso sulla quantità e la qualità per parlare della fotografia digitale come qualcosa di inferiore. Ma anche le macchine fotografiche tradizionali, ormai non erano usate da tutti? Forse lui parlava dell’enorme quantità di foto che si possono fare le macchine digitali?
Invece mi è piaciuto il suo discorso sul rapporto tra la macchine digitali e l’internet e come le due tecnologie sono venute insieme per crescere, rinforzandosi a vicenda.
Il mio ultimo incontro del pomeriggio, l’avevo con la giornalista cinese Karen Ma che vive a Nuova Delhi. Mentre l’aspettavo, ho visto Fred Pearce, il giornalista della rivista scientifica New Scientist, che appare spesso anche su Internazionale con il suo pezzo sul valore ecologiche delle nostre scelte quotidiane. Mentre l’argomento ambiente è tra le mie passioni, il suo modo di ragionare mi lascia indifferente e raramente lo leggo.

L’incontro con Karen Ma mi ha sorpreso. All’inizio, si vedeva che non era a proprio agio mentre parlava con me. Conoscendo i delicati rapporti tra India e Cina, potevo capire la sua paura di trovarsi in qualche pasticcio con la stampa indiana. Invece dopo un po’ si è rilassata. Mi ha sorpreso un po’ la sua considerazione che non riesce a capire il modo di ragionare degli indiani, i quali non dicono mai niente in maniera chiara, sopratutto quando non sono in accordo con qualcosa o se devono dire di no per qualcosa. Penso che sia un tratto comune in tutta Asia, questa difficoltà ad essere sinceri e chiari per “non urtare i sentimenti del altro” o “per non essere maleducati”! Anche tra i cinesi, penso che funziona così. Forse lei ha bisogno di più tempo per iniziare a capire il linguaggio non verbale degli indiani, quando vogliono dire di no, le ho suggerito.

Ho registrato tante interviste e interventi oggi al Festival. Spero prima o poi, di trascriverli tutti e presentarli. In tanto, sono felice per questa giornata così stimolante e ricca, grazie a Internazionale.
ciao sunil,
ho scoperto il tuo blog, anzi i tuoi blog, per caso. complimenti.
è molto interessante leggerti.
Domenica ero anche io a Ferrara, come spettatrice.
Credo che ognuno di noi possa sentirsi ciò che vuole.
l’identità è una sfaccettata sequenza di strati.
Spesso mi capita di sentirmi tutto e niente, ma non parlo di un nulla nichilistico o pessimistico.
parlo di un nulla che può sempre diventare, evolvere e conoscere.
se sei un medico puoi anche essere dunque uno scrittore, un giornalista un fotografo.
Conosci Pirandello? uno nessuno e centomila…ma senza perdere la coscienza di sè
Grazie Sonia. Per quanto mi riguarda, trovo un gap tra quello che ne penso in senso astratto (o quello che penso che dovrei sentire e pensare) e quello che sento dentro – quello che sento dentro, è qualcosa di rifiuta ad adeguarsi al mio pensiero razionale! Forse sono poco onesto con me stesso!
il dentro e il fuori di noi stessi ci contiene e ci rende profondamente vivi. credo sia poco utile trovare una concordanza tra percezione di sè e consapevolezza di sè. il sè si adegua ai nostri stati così come i nostri stati si adeguano a noi. spero di non essere troppo contorta.
nel tuo post scrivi:
Mi ha sorpreso un po’ la sua considerazione che non riesce a capire il modo di ragionare degli indiani, i quali non dicono mai niente in maniera chiara, sopratutto quando non sono in accordo con qualcosa o se devono dire di no per qualcosa. Penso che sia un tratto comune in tutta Asia
Sai, non credo che gli indiani, e gli asiatici in genere, siano più complicati rispetto agli europei…anzi…Una differenza sostanziale che ho osservato negli intellettuali indiani, sopratutto giornalisti, è la tendenza a non escludere alcune possibilità. In occidente si segue una via di riferimento e ci si adegua ad essa. In India si cerca di trovare uno spazio all’interno di una società che chiede continuamente a tutti di stringersi.
Gli europei parlano, adeguati e senza pericolo, in spazi ampi. Gli indiani parlano dialetticamente in spazi stretti. Poi ci sono casi e casi ovviamente.
Svincolandosi dal piano intellettuale mi viene in mente un simpatico aspetto: gli indiani ondeggiano con la testa per dire indistintamente si e no. Molti interpretano questo movimento come un no (o più rozzamente e ingenuamente come una presa in giro), io personalmente lo interpreto sempre come un si. Mehta, nel finale di Maximum city, afferma che quel ciondolare può diventare una affermazione quando si smette di ostinarsi nel pensare che possa significare un no.
Anche questo appartiene al piano delle possibilità
buona serata
sonia
Sonia, mi sa che possiamo avere delle discussioni molto vivaci! Mi piacciono molto, anche se spesso le persone pensano che litighiamo e mia moglie dice che sono poco gentile!
Sunil, tutti litigano. L’importante è equilibrare noi stessi. Non è sempre facile nella società di oggi.Credo che il trucco consista nel far emergere i diversi sè al momento giusto: il buon medico, il buon giornalista, il buon marito. L’equilibrio sta nel mezzo. E’ difficile essere perfetti in tutte le nostre vesti. A volte sono un’ottima lavoratrice, a volte un’ottima scrittrice, a volte una buona compagna…ma tutto insieme…oh bhè..è difficile, per quanto molti mi dicono spesso che riesco a fare tutto decentemente bene.
Ma..non sono Kali, e qualche volta qualcosa ci sfugge di man:)
sonia